IL DISCORSO DI DONALD A CHI FA PAURA?

​Ho appena finito di vedere il discorso Donald Trump. Non trovo colpa in lui, nonostante molti vip non abbiano voluto partecipare alla  cerimonia per il suo giuramento del 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

January 20th, 2017 will be remembered as the day the people became the rulers of this nation again. Qualsiasi elettore vorrebbe sentirlo dire, e troppo spesso, l’ha inutilmente sentito dai propri governanti.

We are one nation and their pain is our pain. Their dreams are our dreams. And their success will be our success. We share one heart, one home, and one glorious destiny. È il senso di appartenenza, da noi purtroppo smarrito, a legare da sempre negli obiettivi economici e politici gli Americani. Anche noi dovremmo ricostruirlo.

From this day forward, a new vision will govern our land. From this day forward, it’s going to be only America first, America first. Non ha detto “America only”, ma una giusta preferenza che ogni governante dovrebbe dare al popolo che rappresenta.

There should be no fear. We are protected and we will always be protected. We will be protected by the great men and women of our military and law enforcement. And most importantly, we will be protected by God. Parole molto simili pronunciate da Papa Francesco alla giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro: andate senza paura per servire!

Se davvero ci sono state contestazioni con oltre 200 arresti evidentemente ci sono persone che non condividono queste semplici affermazioni.

Come sempre non saranno le parole a determinare le politiche, ma i provvedimenti che concretamente saranno assunti. Ricordiamoci che, soprattutto in politica estera, si applica il principio do reciprocità. E Trump questo lo sa bene, con tutti i suoi resort sparsi per il mondo.
Il capitalismo ha fallito, come la globalizzazione dell’indifferenza (che non significa solo non curarsi degli altri, ma anche appiattire tutte le culture, tradizioni, società ed economie).
Senza fare il tifo per Trump, perché non è il mio presidente, mi piace pensare che il mondo si possa aprire ad una nuova fase in cui ciascun popolo si autodetermini e, nel rispetto reciproco, consapevole delle differenze, dialoghi per costruire condizioni migliori per tutti.

La speranza – si sa – è sempre l’ultima a morire. Anche dopo Trump che, per ora, ha quattro anni a disposizione.

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