SEMPRE SUL “PRO LIFE PRIDE”

Il mio breve articolo di ieri sulla marcia per la vita ha sollevato qualche polemica su Facebook. Polemica peraltro anticipata, anche se alcuni commenti non hanno colto lo spunto di riflessione dettato dalla frequentazione da un lustro dei cattolici in politica.

Dopo il pranzo domenicale, a stomaco pieno e sorseggiando un caffé, il ragionamento sicuramente sarà più chiaro partendo da un dato di fatto. Cosa ha prodotto la marcia per la vita di positivo negli ultimi anni nel nostro paese, al di là della giusta rivendicazione del primato della vita? Nulla, a quanto pare. A differenza della marcia per l’orgoglio omosessuale (il gay pride), la sfilata colorata del mondo pro life non ha impedito le unioni civili, con l’unica resistenza della stepchild adoption (fatta entrare tuttavia dalla finestra delle corti di giustizia), né ha evitato le norme sul fine vita che legittimano le fughe in Svizzera di Cappato. Ormai riceverà una cittadinanza onoraria, oltre che una targa commemorativa nelle cliniche mortifere che alimenta. Eppure di queste cliniche ce ne sono anche nelle periferie romane, basta fare un’opera di misericordia una domenica pomeriggio in una casa di riposo per anziani.

Insomma, la presenza dei gruppi, dei singoli politici, dei movimenti alla marcia per la vita, con tanto di selfies sorridenti e foto commemorative, in questi anni ha ratificato l’irrilevanza politica della cultura d’ispirazione cattolica che pone al centro di ogni decisione la persona. Una cultura che erroneamente viene assegnata esclusivamente al mondo cattolico, ma che ha permeato l’intero novecento, sono i nostri valori costituzionali.

E’ stato sufficiente il gay pride per favorire invece una diversa cultura: quella dell’utilitarismo, dell’identità fluida, quella dello scarto? Niente affatto. La questione è molto più complessa e non può essere affrontatata, così, in un articoletto scritto di corsa sorseggiando un caffé. Di certo è che, anche senza i panni frivoli del pride, il pensiero unico contrario ai valori della tradizione culturale dei nostri padri costituenti, si è avvalso di una nuova classe dirigente che, passando anche per il management pubblico e privato, siede nei banchi del governo (penso, ai tanti Scalfarotto, Del Giudice, Madia, etc.).

I cattolici hanno bisogno di questa classe dirigente che non si costruisce in un convegno o in un ciclo di seminari, per quanto altamente qualificati. Si crea nelle istituzioni dove si prendono decisioni per la collettività. Ma, anche questa volta, a parte le velleità di alcuni, le amministrative passeranno senza alcun tentativo degno di nota.

I cattolici non possono più delegare l’impegno politico, come ai tempi della diaspora in cui un cardinale teneva le fila dei deputati per impedire norme contrarie alla dottrina sociale. Oggi l’impegno deve essere diverso e non basta, e non serve una marcia per la vita, alla quale partecipano ipocritamente piccoli leader autoreferenziali che stanno mettendo in mano il governo del paese all’incompetenza del Movimento 5 Stelle o, comunque,  finiranno per lasciarlo nelle solide grinfie delle lobbies internazionali che gestiscono il potere nei partiti tradizionali.

Spero di aver un pò chiarito l’ipocrisia e l’irrilevanza della marcia per la vita. Poi certo, ogni vita che un CAV salva è un miracolo unico. Ma non è questo il tema.

Concludo ricordando che il programma che prevedeva il corso di formazione politica durante le elezioni amministrative non si è più tenuto per i problemi di salute del sottoscritto. Me ne scuso con gli iscritti e non escludo che un paio di sessioni possano comunque tenersi nelle prossime settimane. Se ci sarà adesione, ovviamente.

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