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AMMINISTRATIVE 2017: BREVE ANALISI DEL VOTO

I titoli dei giornali di questa mattina sono eloquenti: il M5S esce sconfitto dalle amministrative 2017, non avendo raggiunto la soglia per il ballottaggio nelle grandi città. Le elezioni amministrative consegnano un quadro confuso, così com’è confuso il panorama nazionale che, anche a seguito delle discussioni sulla legge elettorale delle scorse settimane, lascia il paese nell’incertezza sulla governabilità alle prossime scadenze elettorali.

L’ALLONTANAMENTO DELL’ELETTORE DALLE URNE

Ancora una volta i dati segnano un trend  negativo di partecipazione. La questione è particolarmente grave perché stiamo commentando elezioni comunali. Le polemiche politiche degli ultimi giorni su una incomprensibile legge elettorale e i fenomeni di corruzione che quotidianamente vengono riportati dalla stampa (a Catanzaro in piena campagna elettorale spuntano foto di candidati con boss locali) allontanano i cittadini dalla politica. Non solo dall’impegno attivo, ma addirittura dall’esprimere il proprio consenso o dissenso recandosi al seggio del proprio piccolo comune. Di questo passo il Paese sarà governato da chi raggiungerà il 25% del consenso degli aventi diritto. E’ come se in una famiglia di quattro persone uno solo dei coniugi prendesse le decisioni per tutti!

EFFETTO PARMA E CRISI DI CLASSE DIRIGENTE NEL M5S

La probabile riconferma di Federico Pizzarotti (con il suo 34% contro il 3% il candidato del M5S) dimostra che la strategia di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio non premia nel lungo periodo. E’ stato un errore epurare teste pensanti. L’assenza di una classe dirigente è il problema principale del Movimento che, non volendo mischiare il proprio DNA fondato su una onestà (relativa), rischia di affondare nel confronto competitivo alle prossime elezioni politiche. Per questa ragione  la legge elettorale con il blocco delle preferenze è la soluzione preferita dai grillini che avevano ceduto alle esigenze di riconferme dei deputati del Partito Democratico. In un sistema di libera scelta dei candidati, il M5S può contare solo sul voto di opinione, fino a quando non si aprirà al “mercato” accogliendo contributi anche da coloro che non si riconoscono pienamente nella linea dirigenziale.

L’ECCESSIVO FRAZIONAMENTO DEGLI “ALTRI”

Tutti soddisfatti, anche con lo zero virgola che si moltiplica leggendo i dati “a modo mio” (sorseggiando il noto caffé) senza considerare i valori assoluti. Se si registra la sconfitta del Movimento, anche chi si presentava come alternativa ha raccolto un consenso che non è sufficiente a superare soglie di sbarramento che imporrebbero una condivisione di percorsi. L’individualismo appare  imperante anche nel mondo cattolico. Eppure questo è il momento di mettersi in marcia insieme per l’Italia, per salvare il paese da un declino inevitabile (quello dell’austerity del PD) e dall’assenza di progettualità (quella dell’incompetenza del M5S). Unire le forze. Torna alla mente il tentativo degli ultimi anni fatti anche attraverso questo blog. Vedremo cosa sarà possibile fare nei prossimi mesi.

LA STABILITA’ POLITICA E LA CHIMERA DELLO SBARRAMENTO AL 5%

Da sempre mi ha appassionato il diritto parlamentare e le questioni relative al al “vincolo di mandato” ed al cosiddetto “salto della quaglia” che consente ai piccoli gruppi di pesare all’interno del Parlamento. Ricordiamoci soltanto che alle ultime consultazioni per la formazione del Governo Gentiloni sono andati al Quirinale 17 gruppi o componenti parlamentari, a fronte di 8 liste collegate a 4 candidati premier delle elezioni del 2013.

Nessuna soglia di sbarramento può eliminare la rilevanza dei Verdini o degli Alfano che si vanno formando dall’abbandono del gruppo parlamentare di origine in virtù di regolamenti parlamentari che consentono di mettere in pericolo la stabilità politica che oggi si vorrebbe ottenere anticipando le elezioni a settembre, riducendo i tempi della raccolta firme per nuovi soggetti politici ed innalzando la soglia di sbarramento al 5%.

Riporto di seguito l’art. 14 del Regolamento della Camera che chiarisce su quali norme occorre incidere per garantire la stabilità politica.

  1. Per costituire un Gruppo parlamentare occorre un numero minimo di venti deputati.
  2. L’Ufficio di Presidenza può autorizzare la costituzione di un Gruppo con meno di venti iscritti purché questo rappresenti un partito organizzato nel Paese che abbia presentato, con il medesimo contrassegno, in almeno venti collegi, proprie liste di candidati, le quali abbiano ottenuto almeno un quoziente in un collegio ed una cifra elettorale nazionale di almeno 300 mila voti di lista validi.
  3. Entro due giorni dalla prima seduta, i deputati devono dichiarare al Segretario generale della Camera a quale Gruppo appartengono.
  4. I deputati i quali non abbiano fatto la dichiarazione prevista nel comma 3, o non appartengano ad alcun Gruppo, costituiscono un unico Gruppo misto.
  5. I deputati appartenenti al Gruppo misto possono chiedere al Presidente della Camera di formare componenti politiche in seno ad esso, a condizione che ciascuna consista di almeno dieci deputati. Possono essere altresì formate componenti di consistenza inferiore, purché vi aderiscano deputati, in numero non minore di tre, i quali rappresentino un partito o movimento politico la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci, e che abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali. Un’unica componente politica all’interno del Gruppo misto può essere altresì costituita da deputati, in numero non inferiore a tre, appartenenti a minoranze linguistiche tutelate dalla Costituzione e individuate dalla legge, i quali siano stati eletti, sulla base o in collegamento con liste che di esse siano espressione, nelle zone in cui tali minoranze sono tutelate.

Di seguito una petizione lanciata con alcuni amici nel gennaio 2014 che mi molto attuale

PREMESSO CHE

  • la stabilità e la governabilità in Italia rappresentano un’esigenza alla quale non hanno saputo far fronte i diversi sistemi elettorali adottati a partire dal dopoguerra;
  • l’attuale regolamento della Camera consente ai deputati di uscire dal gruppo politico costituito sulla base del risultato elettorale e liberamente di:
  1. confluire in altri gruppi (formati su un diverso programma);
  2. creare un nuovo gruppo, aggregandosi assieme ad altri deputati (almeno 20 su 630), dando vita ad un nuovo partito o movimento politico;
  3. creare un nuovo gruppo, assieme ad altri deputati (meno di 20 su 630), che faccia riferimento ad una diversa lista elettorale che, senza attribuzione di seggi, abbia ottenuto almeno 300.000 voti (soglia inferiore all’1%);
  • tali comportamenti consentono di variare la composizione della maggioranza parlamentare determinando crisi di governo;
  • un’interpretazione estensiva della libertà da vincolo di mandato, sancita dall’art. 67 cost., è stata troppo spesso utilizzata per far venir meno agli impegni assunti con gli elettori che si sono espressi sulla base di un programma depositato al momento della presentazione della lista;

CONSIDERATO CHE

  • la stabilità politica non è determinata dal modello di legge elettorale ma dalla introduzione di una norma sulla stabilità politica che, indipendentemente dal sistema adottato, evitando scelte di opportunismo che compromettano il risultato elettorale e la governabilità del paese;
  • in caso di dissenso con il proprio gruppo l’eletto potrà perseguire un diverso programma o progetto politico, al pari di ogni altro candidato non eletto, senza tuttavia di beneficiare dello “status” di parlamentare;
  • la norma sulla stabilità politica avrà l’effetto di  favorire la coerenza di comportamento della classe politica, determinando la composizione di liste elettorali fondate su valori e contenuti davvero comuni e favorendo il dialogo interno ai gruppi parlamentari;,

tanto premesso e considerato,

CHIEDONO

di adottare una norma, preferibilmente nella nuova legge elettorale o, in ogni caso, prima delle prossime elezioni politiche che stabilisca la decadenza dalla carica di parlamentare in caso di dimissioni da componente del gruppo parlamentare costituito all’atto di insediamento dell’assemblea elettiva;

di conformare il regolamento della Camera e del Senato alla richiesta norma per la stabilità politica

Si può firmare la petizione su http://www.citizengo.org/it/signit/3178/view

UN COMITATO EXTRAPARLAMENTARE?

Alcune settimane fa ho partecipato ad un incontro invitato da alcuni amici che molto si sono spesi per il no al referendum costituzionale del 4 dicembre. Con il mio solito ardire sono intervenuto al tavolo dei relatori, presieduto da Domenico Gallo, già senatore in Rifondazione Comunista nella XII Legislatura ,ed ho chiesto scusa per non esser stato così attivo nella campagna referendaria che si è svolta dall’estate del 2016. Le ragioni a molti sono note: la famiglia è venuta prima di qualsiasi altra battaglia politica.

Eppure, guardando negli occhi questa classe dirigente di una sinistra oramai scomparsa (da Cesare Salvi a Vincenzo Vita), ho sentito il dovere di scusarmi perché il referendum è stata una grande prova di maturità della nostra democrazia che ha retto alla post-modernità ed alla post-verità del renzusconismo.

In realtà, quella goccia di superbia che porto sempre, mi ha fatto esprimere una precisazione. – Chiedo scusa ma ricordo che il 7 ottobre 2015, anticipando il voto finale sulla riforma, mi ero reso promotore isolato di una manifestazione pacifica davanti Palazzo Madama dal titolo ironico “Un fiore per dire addio al Senato” per sensibilizzare prima che avvenisse l’approvazione di quella sciagurata riforma –. Manifestazione che ha avuto l’effetto di conoscere il mondo dei funzionari della digos che presidiano palazzo Madama: persone straordinarie e normali, come noi.

E quindi – ritornando al discorso sulle scuse – nessun politico tra i mille che siedono in Parlamento può appropriarsi del No al referendum perché avrebbe dovuto mobilitare il popolo per evitare che quella riforma venisse fatta. Il No al Referendum, oggi appetibile a parte della sinistra, non può esser ceduto per un piatto di lenticchie e qualche collegio ai soliti politicanti (fossero di destra, sarebbe lo stesso) che comodamente attendono il cadavere passare sotto il ponte. E vivere di rendita, sulla pelle dei cittadini che, invece in migliaia, si sono attivati per ottenere lo storico risultato del 4 dicembre 2016.

Oggi viviamo una situazione analoga alla riforma costituzionale. La legge elettorale rischia di essere rapidamente approvata e le ragioni di un voto anticipato al 2017 sono già scrittenel DEF e nella legge istitutiva del Fiscal Compact. La manovra 2018 e la ratifica del trattato sull’austerity non possono avvenire dopo il voto, sarebbe troppo pericoloso per il consenso delle #magliettegialle.  E poi lasciare all’incapacità del M5s queste due pratiche molto complesse potrebbe riportare e rapidamente al voto e rimettere in sella gli attuali governanti disonesti incompetenti e irresponsabili.

Credo che se le urne si apriranno in autunno sia urgente attivarsi da subito. Anche perché la raccolta delle firme necessarie sarà un ostacolo quasi insormontabile per nuove forze politiche che vogliano candidare persone oneste, competenti e responsabili. Dobbiamo salvare il nostro paese e i nostri figli. Sulla legge elettorale forse sarebbe il caso di avviare un comitato extraparlamentare, pronto a convocare la piazza qualora la legge elettorale davvero sia fatta per escludere dalla competizione soggetti politici credibili che abbiano nell’attuazione della Costituzione il proprio DNA, ma non abbiano il tempo per organizzare la raccolta di firme (salvo errore, 150.000) necessarie.

CCA’ NISCIUN’ E’ FESSO!

– Ccà nisciun’ è fesso! – Cosi sono stato amorevolmente apostrofato da un aspirante politico campano che, non avendo compreso le ragioni del tour in programma il 5 maggio scorso (poi rimandato per sopraggiunti problemi di salute in via di risoluzione), pensava che il sottoscritto stesse lavorando per il Sindaco di Napoli De Magistris. Fraintendimento dovuto all’organizzazione presso la Città metropolitana di Napoli di un convegno dell’Associazione Nazionale Edilizia Sociale, con la quale – in maniera trasversale al quadro politico vigente – stiamo affrontando la spinosa vicenda dei prezzi massimi di cessione degli alloggi dei piani di zona.

Per alcuni è difficile credere che in politica il lavoro di qualità possa essere apprezzato anche da esponenti politici, nel caso si trattava del Vice Sindaco della Città Metropolitana, con i quali non deve sussistere necessariamente un rapporto di collaborazione. Eppure capita di essere stimati senza necessità di applicare la teoria del capobastone, in cui mi sono imbattuto in questi anni più volte. Ci sono politici che mi stimano da diverse aree di appartenenza: destra, sinistra, sopra, sotto, centro, periferia. Mi è capitato proprio oggi (grazie Francesco) e mi capita da alcuni anni, da quando ho iniziato ad occuparmi di Roma e dei problemi dei romani. Poi ovviamente c’è anche chi mi calunnia, ma su quello ci ho fatto il callo. L’apprezzamento del lavoro di qualità è la ragione del rapido successo di ANES che, nel giro di due mesi è diventato uno dei principali sindacati per l’attuazione dell’art. 47 della Costituzione: il diritto alla casa.

Per quanto riguarda De Magistris, la mia posizione nei confronti dei magistrati che fanno politica è chiaramente espressa nel programma scritto nel 2013 con i Viaggiatori di Gustavo Piga.

#01 Indipendenza e separazione tra potere politico e giurisdizionale 

Ferma la libertà di realizzazione personale, riteniamo necessario introdurre una incompatibilità temporanea per un periodo di 2 anni dalla cessazione dall’attività giudiziaria, senza possibilità di collocamento in aspettativa, data la particolarità della funzione giurisdizionale rispetto ad un diverso incarico nella P.A.

E già perché, dopo Antonio Di Pietro o il tentativo fallito di Antonio Ingroia, non si può pensare di fare politica grazie al credito acquisito nel ruolo di magistrato. La magistratura è una cosa seria e va onorata fino in fondo. Come la politica. Ecco perché è vero “ccà nisciuno è fesso!”, ma in politica e nella vita di uno ti devi fidare e se hai dubbi basta chiedere.

CAPACI, CAPACI DI TUTTO TRANNE DI CAMBIARE.

Questa mattina avrei voluto soltanto riportare la mia memoria indietro di 25 anni quando, attraversando un tronco stradale nella Sicilia orientale , con i compagni delle scuole, arrivò via radio la notizia dell’esplosione di Capaci e della morte di Giovanni Falcone.

Neppure tornato a Roma e gustando una parmigiana di melanzane, premio per il rientro in casa da parte della mia mamma, riuscii a comprendere cosa fosse avvenuto a Capaci. L’unica cosa che mi è rimasta impressa nel cuore e nella mente sono le parole straziate dal dolore di Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani. “Sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono. Io vi perdono però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare … ma loro non cambiano“.

Neppure oggi penso di aver ben compreso quel tragico evento che, per molti, ha segnato la storia politica e giudiziaria del nostro paese. Non credo che Rosaria Schifani, distrutta nei suoi progetti più cari, avesse in mente le parole di Giovanni Falcone:  Continua a leggere

SEMPRE SUL “PRO LIFE PRIDE”

Il mio breve articolo di ieri sulla marcia per la vita ha sollevato qualche polemica su Facebook. Polemica peraltro anticipata, anche se alcuni commenti non hanno colto lo spunto di riflessione dettato dalla frequentazione da un lustro dei cattolici in politica.

Dopo il pranzo domenicale, a stomaco pieno e sorseggiando un caffé, il ragionamento sicuramente sarà più chiaro partendo da un dato di fatto. Cosa ha prodotto la marcia per la vita di positivo negli ultimi anni nel nostro paese, al di là della giusta rivendicazione del primato della vita? Nulla, a quanto pare. A differenza della marcia per l’orgoglio omosessuale (il gay pride), la sfilata colorata del mondo pro life non ha impedito le unioni civili, con l’unica resistenza della stepchild adoption (fatta entrare tuttavia dalla finestra delle corti di giustizia), né ha evitato le norme sul fine vita che legittimano le fughe in Svizzera di Cappato. Ormai riceverà una cittadinanza onoraria, oltre che una targa commemorativa nelle cliniche mortifere che alimenta. Eppure di queste cliniche ce ne sono anche nelle periferie romane, basta fare un’opera di misericordia una domenica pomeriggio in una casa di riposo per anziani.

Insomma, la presenza dei gruppi, dei singoli politici, dei movimenti alla marcia per la vita, con tanto di selfies sorridenti e foto commemorative, in questi anni ha ratificato l’irrilevanza politica della cultura d’ispirazione cattolica che pone al centro di ogni decisione la persona. Una cultura che erroneamente viene assegnata esclusivamente al mondo cattolico, ma che ha permeato l’intero novecento, sono i nostri valori costituzionali.

E’ stato sufficiente il gay pride per favorire invece una diversa cultura: quella dell’utilitarismo, dell’identità fluida, quella dello scarto? Niente affatto. La questione è molto più complessa e non può essere affrontatata, così, in un articoletto scritto di corsa sorseggiando un caffé. Di certo è che, anche senza i panni frivoli del pride, il pensiero unico contrario ai valori della tradizione culturale dei nostri padri costituenti, si è avvalso di una nuova classe dirigente che, passando anche per il management pubblico e privato, siede nei banchi del governo (penso, ai tanti Scalfarotto, Del Giudice, Madia, etc.).

I cattolici hanno bisogno di questa classe dirigente che non si costruisce in un convegno o in un ciclo di seminari, per quanto altamente qualificati. Si crea nelle istituzioni dove si prendono decisioni per la collettività. Ma, anche questa volta, a parte le velleità di alcuni, le amministrative passeranno senza alcun tentativo degno di nota.

I cattolici non possono più delegare l’impegno politico, come ai tempi della diaspora in cui un cardinale teneva le fila dei deputati per impedire norme contrarie alla dottrina sociale. Oggi l’impegno deve essere diverso e non basta, e non serve una marcia per la vita, alla quale partecipano ipocritamente piccoli leader autoreferenziali che stanno mettendo in mano il governo del paese all’incompetenza del Movimento 5 Stelle o, comunque,  finiranno per lasciarlo nelle solide grinfie delle lobbies internazionali che gestiscono il potere nei partiti tradizionali.

Spero di aver un pò chiarito l’ipocrisia e l’irrilevanza della marcia per la vita. Poi certo, ogni vita che un CAV salva è un miracolo unico. Ma non è questo il tema.

Concludo ricordando che il programma che prevedeva il corso di formazione politica durante le elezioni amministrative non si è più tenuto per i problemi di salute del sottoscritto. Me ne scuso con gli iscritti e non escludo che un paio di sessioni possano comunque tenersi nelle prossime settimane. Se ci sarà adesione, ovviamente.

MARCIA PER LA VITA. TROPPI COMPROMESSI.

Nella vita è necessario dire la verità, se possibile con carità. In questi anni ho partecipato a diverse iniziative a sostegno della vita, perché da aspirante cristiano credo che sia il bene più prezioso di cui disponiamo. Ne ho avuto la prova pochi giorni fa quando sono stato colto da un malore, poche ore dopo aver pubblicato un articolo in cui annunciavo che “ci peseranno e ci faranno a fette” per il tentativo di fare qualcosa di nuovo in politica. Poco male, i medici sono più ottimisti del malato ed eccomi qui a scrivere sul mio blog un commento un pò polemico, perché oggi  – pur aderendo all’iniziativa – non sarò alla marcia di larga parte del mondo cattolico.

Una marcia dell’ipocrisia. L’ipocrisia di chi si ritiene inclusivo ed accogliente e poi immagina che l’unico progetto a sostegno della vita sia il proprio. Inutile raccontare la diatriba tra i centri di aiuto alla vita del Movimento per la vita romano dell’on. Olimpia Tarzia (affidato alle cure, salvo errore, del marito) da quello nazionale presieduto dall’on. Gian Luigi Gigli. L’ipocrisia di chi scende in piazza con un sorriso che nasconde il dente avvelenato nei confronti di chi ha fatto scelte diverse dalle proprie. Mi riferisco agli “amici” saliti sul palco del Family Day 2017 (da Adinolfi a  Pillon, da Amato a Gandolfini) che hanno dissipato un patrimonio di partecipazione popolare realizzato soprattutto grazie al contributo dei movimenti post conciliari. Un evento senza precedenti negli ultimi dieci anni vanificato perché troppo presi a misurarsi nel proprio desiderio di leaderismo e nell’incapacità di fare un passo indietro per farne tutti uno in avanti. Il fallimento del politico è nel ritenersi indispensabile. Una marcia dell’ipocrisia in cui larga parte della Chiesa, si dimentica che la vita si tutela sì dal concepimento fino alla morte naturale, ma è proprio durante questa esistenza che si consumano i drammi della disoccupazione, della depressione, della ludopatia, del disagio giovanile, dell’assenza di politiche abitative.

Oggi sarò alle 15 alla mia marcia per la vita. Quella silenziosa. Quella che che sto coltivando insieme a pochi amici che davvero credono ad un cristianesimo a servizio del mondo, senza sbandierare i propri valori non negoziabili come se fossero l’unica verità assoluta, facendone una guerra di religione.

Quest’anno Papa Bergoglio ha fatto giungere in anticipo il messaggio di sostegno all’iniziativa, in passato poco sponsorizzata dalle gerarchie ecclesiastiche. Questo Papa “comunista” non piace tanto al popolo della vita. E sì perché il mondo cattolico è ancora diviso in difensori dell’etica antropologica, da un lato,  e della giustizia sociale, dall’altro. Altro che compromesso …

Chiudendo il suo bel volumetto “fallimentare” (si fa per dire) sulla riscossa del Popolo Argentino nel bicentenario in giustizia e solidarietà (Noi come cittadini, noi come popolo), l’allora Cardinale Bergoglio ricordava che

“Governare è un’arte …. che si può imparare. E’ anche una scienza … che si può studiare. E’ un lavoro … che esige dedizione, sforzo e tenacia. Ma è anzitutto un mistero … che non sempre può essere spiegato con la razionalità logica. Il governo centrato sul servizio è la risposta all’incertezza di un paese danneggiato dai privilegi, da coloro che usano il potere a proprio profitto, da quelli che chiedono sacrifici incalcolabili mentre sfuggono alle responsabilità sociali e accumulano e riciclano le ricchezze prodotte dallo sforzo di tutti. Il governo autentico, e la fonte della sua autorità, è un’esperienza fortemente esistenziale. Ogni governante, per essere un vero dirigente, deve essere innanzitutto un testimone. Parliamo dell’esemplarità della vita personale e della testimonianza della coerenza di vita. E’ la rappresentatività, l’attitudine a sapere progressivamente interpretare il popolo, semplicemente, la capacità di assumere la sfida di rappresentarlo, di esprimerne le attese, le sofferenze, la vitalità, l’identità”.

Dedico queste parole ai manifestanti di oggi, ai tanti volontari che credono fortemente nel loro servizio per il prossimo e che, con passione e dedizione, dedicano la vita per la vita. Ai loro governanti va invece il monito di Papa Francesco.

STIAMO PER SBARCARE. IO CREDO.

Ora ci stanno pesando. Poi ci vorranno tagliare a fette“. Come dare torto all’amico che mi ha detto sottovoce queste parole.

Mi piacerebbe condividere con voi queste giornate così intense. Tra centinaia di messaggi e telefonate e decine di incontri. Mi piacerebbe condividere il dolore delle famiglie vittime dell’affrancazione, per le quali ho urlato la loro rabbia. Quando il dolore si condivide, il cuore è più leggero. Mi piacerebbe condividere l’amore delle persone che ci stanno sostenendo con il pensiero, le parole e le opere. Incontri in cui non chiediamo nulla. Oggi mi sono sentito ringraziare per l’opportunità di far parte di questo percorso da scrivere assieme. Ma grazie per cosa? Io non sono un politico. L’ultima volta che mi sono candidato era in un comitato di quartiere dove mi hanno votato poche decine di persone. Se avessi aderito al M5s oggi sarei parlamentare! Ma fortunatamente sono rimasto libero e forte.

In questi anni sono stato preso in giro, mi sono fatto prendere in giro. Oggi sono un matto che racconta a tutti una storiella.

Un giorno sbarcarono dodici persone in una terra devastata, depredata da piccoli sovrani e da poteri occulti. Una terra dove era diventato difficile vivere, perché si viveva alla giornata e la giornata era diventata sempre più corta. Il buio avvolgeva tutto e tutti, la diffidenza era la regola di ogni rapporto, anche in famiglia. Erano gli uni contro gli altri. In quella stessa terra, secoli prima, altri erano sbarcati. Anche loro animati dalla stessa speranza. Erano molti di più ma furono uccisi, inconsapevoli vittime di una strumentalizzazione politica. Eppure questi dodici sbarcarono per cambiare le cose e poiché erano artefici del proprio destino, aiutati dal buon Dio e dalla fortuna, assieme ad altri amici sparsi un pò ovunque, fecero un’impresa mai vista prima. Che raccontarono ai propri nipoti. Fine della storia.

Un’impresa mai vista non la fai da solo. La si fa insieme. Ci peseranno e ci vorranno fare a fette. Sarà bello, purché sarà insieme. Anche essere fatti a fettine. Cosa abbiamo da perdere, se ci hanno tolto già tutto?

Avviso ai naviganti, ognuno prenda un remo e con forza e determinazione inizi a remare. Stiamo per sbarcare, amici. A proposito diventiamo amici sui social, se ancora non lo siamo. Facebook e Twitter.

Da lunedì iniziamo a fare sul serio: iscriviti al CORSO DI FORMAZIONE 

UN “ILLUSO” ALLE PRIMARIE DEL PD

Anche io ho votato alle primarie del PD. L’ho fatto nella rossa Romagna in una sezione dove mi è stata consegnata una scheda non vidimata dal seggio elettorale. Perché così doveva essere, a dire di Presidente e Scrutatori. Chissà se figurerà tra le schede nulle di queste finte primarie che hanno proclamato un uomo che rimarrà nella storia. Matteo Renzi da Rignano, classe ’75, l’unico che è stato in grado, provenendo dai boy scout, di introdurre quelle norme relativiste (famiglia omosessuale, pseudo-eutanasia, etc.) che neppure negli anni della diaspora cattolica,  quando il Vaticano serrava i ranghi dei parlamentari di ispirazione cristiana, avevano fatto breccia nella legislazione italiana. Matteo Renzi da Rignano, l’unico che ha distrutto la cultura e la tradizione della sinistra italiana, trasformando il partito che per antonomasia mette “Avanti popolo!” nel protettorato delle banche e delle lobbies finanziarie.

Queste primarie rimarranno nella storia ed io custodirò con cura il tagliando del pagamento di due euro (“quanto ci lascia?”, mi ha domandato la scrutatrice impertinente vedendo la banconota da venti euro) perché segnano il passaggio dalla cd. seconda repubblica alla terza repubblica.  Lasciamo comunque agli amici giornalisti del Corriere.it la fake news del “ritorno”, come a dire che c’è stato una interruzione politica che lo dovrebbe riabilitare dopo la batosta del 4 dicembre al referendum (basta guardare la preoccupazione sui volti di Guerini e Richetti per capire che c’è un pò di imbarazzo).

La terza repubblica. Il plebiscito del Segretario del PD, riconfermato nel suo incarico segna due populismi a confronto. Da un lato, quello di Beppe Grillo garante come poteva essere garante Benito Mussolini della marcia su Roma. L’olio di ricino oggi scorre sulla rete, parte dal blog e si diffonde sui social network epurando tutti coloro che non la pensano come il buon Beppe che pur di fare l’uomo solo al comando sta distruggendo la Capitale d’italia. Da quando un avvocato di Genova è sceso a Roma per la trattativa sullo stadio della Roma, la povera Virginia Raggi non può più fare neppure la velina. Dall’altro lato, per la gioia di Pierferdinando Casini, si profila il partito della nazione con il leader che risponde al nome segnato sulla mia scheda delle primarie: Renzusconi. Troppi sono i segnali, che giungono in particolare dalla Sicilia, che dimostrano che il patto del Nazzareno non solo non è mai saltato (altrimenti il M5S non avrebbe in mano Roma) ma che si trasformerà in una fusione tra il 70% di Renzi e Mediaset. Negli ultimi anni di conflitto d’interesse se ne parla solo nei corsi di anticorruzione, o sbaglio?

Le elezioni politiche 2018 segnano quindi l’inizio della terza Repubblica. Qualche giorno fa ad alcuni stimati amici della tradizione democratico cristiana mi sono permesso di ricordare che la storia non si ripete. La storia è maestra di vita. Questa terza repubblica non potrà quindi mai essere identica all’esperienza della Germania tra il 1933 ed il 1945, ma tuttavia ha degli elementi in comune che non possono essere sottovalutati. Nel 1928 arrivò, con la crisi economica e finanziaria mondiale, il colpo quasi mortale all’economia tedesca che preparò il campo per la presa di potere di Hitler nel 1933. Sbaglio o siamo dal 2009 in una crisi economica mondiale?

Le elezioni politiche 2018 possono però segnare l’inizio del vero risorgimento (anche quello delle camicie rosse garibaldine ormai pare a molti una fake news) e per questa ragione, questa sera alle ore 21 mi collegherò sul sito di un artista che una volta disse di avere la “sindrome di Peter Pan” nei miei riguardi. Mi gusterò il video del brano “Illuso” nella convinzione che occorre imbracciare le armi della cultura politica per avviare un percorso nuovo che consenta ad un manipolo di parlamentari di sbarcare in Piazza Montecitorio e liberare davvero il popolo dall’oppressione. Solo dopo aver fatto tutto il possibile per cambiare le cose, si può dire tanto non cambia nulla. Io credo.

25 APRILE. INIZIAMO LA LIBERAZIONE?

Nessuno mi ha mai spiegato il significato della festa della liberazione. Nella mia famiglia di origine contadina in Terra di Lavoro, nessuno ha sacrificato la propria vita, che io sappia, per essere libero. Libero da cosa?

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate; parallelamente il CLNAI emanò in prima persona dei decreti legislativi, assumendo il potere «in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano», stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti, incluso Benito Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo.

Insomma, la festa della liberazione si pone in contrasto con il “regime” fascista, ma anche qui le mie tradizioni familiari sono abbastanza indifferenti. Ricordo mia nonna che da bambino mi cantava le canzoni che le insegnavano da piccola e spesso univa le strofe di “faccetta nera” e “bella ciao”. Quante risate fatte con quella mia cara nonna che amava portarmi in chiesa, nella piccola frazione di Caserta in cui sono nati i miei genitori, per farmi leggere le letture dall’altare. Per questo la tradizione cristiana è quella che più mi ha formato in tenera età, diversamente da quella comunista o fascista.

Dopo  oltre 70 anni la festa della liberazione ha perso la sua rilevanza. Coloro che hanno combattuto e sono stati combattuti sono quasi tutti morti e mi sembra strano che il liberismo imperante non l’abbia ancora eliminata dal calendario per lasciare un altro giorno ai lavoratori del post-capitalismo.

La liberazione era contro un regime, quello fascista, ed è stata realizzata da molti che credevano in un altro regime, quello comunista, entrambi esperienze ormai esaurite.

Da cosa occorre liberarsi oggi? Ha senso partire da questa festa per organizzare una nuova liberazione?

Io credo che occorra liberarsi da una classe dirigente che negli ultimi 25 anni ha consentito, attraverso la globalizzazione finanziaria, di distruggere un paese che era potenza mondiale ed ora è solo oggetto di appetiti economici di multinazionali.

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