UN “ILLUSO” ALLE PRIMARIE DEL PD

Anche io ho votato alle primarie del PD. L’ho fatto nella rossa Romagna in una sezione dove mi è stata consegnata una scheda non vidimata dal seggio elettorale. Perché così doveva essere, a dire di Presidente e Scrutatori. Chissà se figurerà tra le schede nulle di queste finte primarie che hanno proclamato un uomo che rimarrà nella storia. Matteo Renzi da Rignano, classe ’75, l’unico che è stato in grado, provenendo dai boy scout, di introdurre quelle norme relativiste (famiglia omosessuale, pseudo-eutanasia, etc.) che neppure negli anni della diaspora cattolica,  quando il Vaticano serrava i ranghi dei parlamentari di ispirazione cristiana, avevano fatto breccia nella legislazione italiana. Matteo Renzi da Rignano, l’unico che ha distrutto la cultura e la tradizione della sinistra italiana, trasformando il partito che per antonomasia mette “Avanti popolo!” nel protettorato delle banche e delle lobbies finanziarie.

Queste primarie rimarranno nella storia ed io custodirò con cura il tagliando del pagamento di due euro (“quanto ci lascia?”, mi ha domandato la scrutatrice impertinente vedendo la banconota da venti euro) perché segnano il passaggio dalla cd. seconda repubblica alla terza repubblica.  Lasciamo comunque agli amici giornalisti del Corriere.it la fake news del “ritorno”, come a dire che c’è stato una interruzione politica che lo dovrebbe riabilitare dopo la batosta del 4 dicembre al referendum (basta guardare la preoccupazione sui volti di Guerini e Richetti per capire che c’è un pò di imbarazzo).

La terza repubblica. Il plebiscito del Segretario del PD, riconfermato nel suo incarico segna due populismi a confronto. Da un lato, quello di Beppe Grillo garante come poteva essere garante Benito Mussolini della marcia su Roma. L’olio di ricino oggi scorre sulla rete, parte dal blog e si diffonde sui social network epurando tutti coloro che non la pensano come il buon Beppe che pur di fare l’uomo solo al comando sta distruggendo la Capitale d’italia. Da quando un avvocato di Genova è sceso a Roma per la trattativa sullo stadio della Roma, la povera Virginia Raggi non può più fare neppure la velina. Dall’altro lato, per la gioia di Pierferdinando Casini, si profila il partito della nazione con il leader che risponde al nome segnato sulla mia scheda delle primarie: Renzusconi. Troppi sono i segnali, che giungono in particolare dalla Sicilia, che dimostrano che il patto del Nazzareno non solo non è mai saltato (altrimenti il M5S non avrebbe in mano Roma) ma che si trasformerà in una fusione tra il 70% di Renzi e Mediaset. Negli ultimi anni di conflitto d’interesse se ne parla solo nei corsi di anticorruzione, o sbaglio?

Le elezioni politiche 2018 segnano quindi l’inizio della terza Repubblica. Qualche giorno fa ad alcuni stimati amici della tradizione democratico cristiana mi sono permesso di ricordare che la storia non si ripete. La storia è maestra di vita. Questa terza repubblica non potrà quindi mai essere identica all’esperienza della Germania tra il 1933 ed il 1945, ma tuttavia ha degli elementi in comune che non possono essere sottovalutati. Nel 1928 arrivò, con la crisi economica e finanziaria mondiale, il colpo quasi mortale all’economia tedesca che preparò il campo per la presa di potere di Hitler nel 1933. Sbaglio o siamo dal 2009 in una crisi economica mondiale?

Le elezioni politiche 2018 possono però segnare l’inizio del vero risorgimento (anche quello delle camicie rosse garibaldine ormai pare a molti una fake news) e per questa ragione, questa sera alle ore 21 mi collegherò sul sito di un artista che una volta disse di avere la “sindrome di Peter Pan” nei miei riguardi. Mi gusterò il video del brano “Illuso” nella convinzione che occorre imbracciare le armi della cultura politica per avviare un percorso nuovo che consenta ad un manipolo di parlamentari di sbarcare in Piazza Montecitorio e liberare davvero il popolo dall’oppressione. Solo dopo aver fatto tutto il possibile per cambiare le cose, si può dire tanto non cambia nulla. Io credo.

25 APRILE. INIZIAMO LA LIBERAZIONE?

Nessuno mi ha mai spiegato il significato della festa della liberazione. Nella mia famiglia di origine contadina in Terra di Lavoro, nessuno ha sacrificato la propria vita, che io sappia, per essere libero. Libero da cosa?

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate; parallelamente il CLNAI emanò in prima persona dei decreti legislativi, assumendo il potere «in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano», stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti, incluso Benito Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo.

Insomma, la festa della liberazione si pone in contrasto con il “regime” fascista, ma anche qui le mie tradizioni familiari sono abbastanza indifferenti. Ricordo mia nonna che da bambino mi cantava le canzoni che le insegnavano da piccola e spesso univa le strofe di “faccetta nera” e “bella ciao”. Quante risate fatte con quella mia cara nonna che amava portarmi in chiesa, nella piccola frazione di Caserta in cui sono nati i miei genitori, per farmi leggere le letture dall’altare. Per questo la tradizione cristiana è quella che più mi ha formato in tenera età, diversamente da quella comunista o fascista.

Dopo  oltre 70 anni la festa della liberazione ha perso la sua rilevanza. Coloro che hanno combattuto e sono stati combattuti sono quasi tutti morti e mi sembra strano che il liberismo imperante non l’abbia ancora eliminata dal calendario per lasciare un altro giorno ai lavoratori del post-capitalismo.

La liberazione era contro un regime, quello fascista, ed è stata realizzata da molti che credevano in un altro regime, quello comunista, entrambi esperienze ormai esaurite.

Da cosa occorre liberarsi oggi? Ha senso partire da questa festa per organizzare una nuova liberazione?

Io credo che occorra liberarsi da una classe dirigente che negli ultimi 25 anni ha consentito, attraverso la globalizzazione finanziaria, di distruggere un paese che era potenza mondiale ed ora è solo oggetto di appetiti economici di multinazionali.

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La Pasqua è vicina. Teniamo duro, coraggio!

Approfitto della vigilia di Pasqua per queste brevi considerazioni da aspirante cristiano che non perde occasione di coltivare il dubbio per rafforzare la propria fede. Vana è la nostra fede se Cristo non è risuscitato, dice San Paolo. E così vana è la speranza in un futuro migliore per i nostri figli, se la politica non risuscita dal degrado in cui si trova.

Qualche giorno fa ho fatto un’amara scoperta. Intento a studiare il sistema di finanziamento comunitario mi sono imbattuto nell’elenco dei programmi oggetto dell’accordo del 2014 tra il Governo e la Commissione Europea. Oltre 32 miliardi di euro da spendere tra il 2014 ed il 2020 per numerosi obiettivi tematici, tra i quali l’occupazione giovanile. Per i nostri ragazzi erano previsti fondi soltanto per le annualità fino al 2016, poi un vuoto riempiva la tabella, che presentava importi per tutti gli altri obiettivi. Tranne per l’occupazione giovanile.

L’alternativa che mi si è posta davanti è stata: far studiare al più presto più lingue straniere ai miei figli (in particolare il cinese e l’arabo) oppure, coltivando quella speranza che non mi fa dubitare che “tutto concorre al bene” (ancora una volta cito San Paolo, il quale lo diceva ai romani, cioè proprio a noi), pensare che si possa formare una classe politica con il pensiero rivolto ai padri costituenti e lo sguardo proteso alle future generazioni.

Molte sollecitazioni in queste ultime settimane sono arrivate per mettermi nuovamente in gioco, come avvenuto nel 2015 per la città Roma. Per giocare occorre essere squadra, una comunità di persone con forte senso di appartenenza e comunione di intenti. Nelle prossime settimane deciderò, assieme ad altri illusi, se è tempo per noi. Nel frattempo attendo di capire se questi illusi sono pochi o molti e, sopratutto, se vogliono condividere, con fiducia, un percorso di partecipazione politica. Chissà, magari partendo dalle prossime elezioni amministrative, dove in ogni caso metterò a servizio di aspiranti amministratori locali le mie competenze in materia di pubblica amministrazione. Per coloro che me lo chiederanno.

La Pasqua è vicina. Teniamo duro, coraggio!

 

IL DECRETO CORRETTIVO DEGLI APPALTI: LE PERPLESSITA’ DEL CONSIGLIO DI STATO

Non occorre aggiungere parole alle amare considerazioni del Consiglio di Stato che, in data 30 marzo, ha emanato il previsto parere sullo schema di decreto correttivo al Codice degli appalti e delle concessioni che modifica 119 dei 220 articoli del Decreto Legislativo 18 aprile 2016, n. 50. Mentre il codice non è stato ancora completato con tutti gli atti attuativi previsti, pari a 53 (ad oggi, ne sono stati varati 11 espressamente previsti dal codice, e 4 non espressamente previsti, e sono in corso di adozione altri 9 atti attuativi), si intende approvare una correzione senza aver dati sull’applicazione pratica della normativa che smuove oltre 100 miliardi di euro l’anno in affidamenti pubblici.

Si legge nel comunicato che accompagna il parere di limiti formali e sostanziali del potere correttivo:

a) il mancato recepimento di una parte della delega entro il termine di scadenza consuma definitivamente il relativo potere, e tale mancato esercizio non può essere recuperato in sede di adozione di decreti correttivi;

b) con il correttivo sono consentite “integrazioni e correzioni” (anche rilevanti), a seguito di un periodo di “sperimentazione applicativa”;

c) lo strumento del correttivo non può costituire una sorta di ‘nuova riforma’, pur rispettosa della delega originaria, che modifichi le scelte di fondo operate in sede di primo esercizio della delega, attuando un’opzione di intervento radicalmente diversa da quella del decreto legislativo oggetto di correzione. Continua a leggere

“UBER ALLES”: IO STO CON I TASSISTI

Sarà che la cooperativa Samarcanda è fatta di persone oneste e corrette, ma da quando viaggio con loro per i trasferimenti verso gli aeroporti romani non ho alcun dubbio sulla tariffa applicata.

Con le solite tifoserie da stadio si svolge in questi giorni la lotta dei “tassinari” contro Uber. Lo scontro, divenuto rovente nella giornata di oggi con l’esplosione di bombe carta nel centro di Roma, è l’emblema degli effetti distorti della globalizzazione.

Il meccanismo che ha favorito lo sviluppo di Uber è assai semplice: si realizza una applicazione web utile nella share economy per favorire il trasporto sociale. Arriva il colosso che l’acquista (Uber Technologies Inc. ha ricevuto 258 milioni di dollari da Google nel 2013: fonte Wikipedia) e così la multinazionale sbarca nei diversi paesi, sottraendo il mercato alle piccole e medie imprese locale. Evviva la globalizzazione che cancella l’economia nazionale in favore di un mercato comune in cui non c’è più realmente spazio per la concorrenza.

Oggi l’economia globale è gestita da poche multinazionali e la lotta di classe alla quale si assiste in questi giorni richiama alla memoria gli scontri operai. I nuovi operai sono le partite iva ed il padrone è la potente lobby che riesce ad infilare nelle leggi emendamenti utili per portar via il lavoro ai cittadini che pensavano di aver eletto i parlamentari per tutelare i propri interessi.

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AMOROMA? PENSIAMOCI DAVVERO …

Da bambino, dopo essermi trasferito nella Capitale, ho imparato a giocare con i palindromi ed a scrivere la parola “amoRoma”. In realtà ho iniziato ad amarla molto più tardi, quando da giovane universitario provavo a migliorare un pò la vivibilità del mio quartiere. Ho infine capito che è amore-odio solo da adulto, dopo aver iniziato a frequentare la politica e l’amministrazione, sempre cercando di essere propositivo su piccole e grandi questioni che riguardavano la città. Anche oggi torno dal Dipartimento all’Urbanistica con questo sentimento …

In questi giorni, prossimi al San Valentino dove non mancheranno battute del tipo “una polizza è per sempre!“, vorrei invitare a riflettere su quanto amore si prova davvero per la città. Non mi riferisco a quell’amore possessivo che porta a trasformare il soggetto destinatario del sentimento in un oggetto da conquistare. Roma è viva perché è fatta di milioni di romani. Quindi non può essere un oggetto da usare a propria piacimento. Roma è viva perché fatta da centinaia di migliaia di famiglie che combattono ogni giorno con inefficienze e disservizi. Roma è viva ma agonizzante perché ha un bilancio divenuto insostenibile ed ha perso la speranza in un futuro migliore. Dalle Olimpiadi a Tor di Valle, ogni iniziativa rischia di essere strumentale ad interessi privati perché ormai tutti, romani compresi, hanno perso il senso di appartenenza ad una comunità.

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UNA POLIZZA PER ROMA

Ieri sera ero con un gruppo di illustri amici a ragionare nuovamente di politica e non ho avuto il tempo di concentrare le mie attenzioni sulle notizie di stampa relative all’interrogatorio di Virginia Raggi. Così apprendo solo questa mattina della esistenza di una polizza vita in suo favore sottoscritta da Salvatore Romeo, suo primo collaboratore fino all’arresto di Raffaele Marra. In un movimento in cui il leader si fa chiamare garante il fatto che vi siano polizze e garanzie non mi stupisce. 

Tuttavia non penso sia corretto esprimermi sulle vicende su cui sta indagando la magistratura e fino a quel momento ritengo che Virginia Raggi sia innocente, ma soprattutto vittima ingenua di un nuovo sistema di potere che ha l’unico obiettivo di raggiungere il controllo politico seguendo la logica de “il fine giustifica i mezzi”. 

Chi ha avuto modo di frequentare in questi anni l’Assemblea Capitolina sa molto bene che la prima cittadina, per quanto si presentasse volitiva e determinata, non era a capo del movimento capitolino che, anche Roma, si caratterizzava per avere vertici non eletti (come Grillo e Casaleggio). Il racconto di tanti fuoriusciti dall’ambiente pentastellato indica alcuni nomi che non si sono ancora mai letti sui giornali.

Ciò che più preoccupa non è tanto la polizza di Romeo per la sua sindaca, quanto che, ancora una volta e dopo gli scontrini di Marino, l’opinione pubblica sia costretta a concentrarsi sulle vicende personali di una classe politica inadeguata anzichè sulle soluzioni di una grave crisi morale, istituzionale e amministrativa in cui versa la capitale d’Italia dai tempi di Francesco Rutelli.

La buona volontà di alcuni nuovi amministratori non ha certamente risolto i gravissimi problemi emergenziali della città che Matteo Renzi ha scelto nel novembre 2015 come cartina di tornasole per mostrare l’incapacità grillina di governare e contrastare la scesa di Beppe Grillo a Palazzo Chigi nel 2018.

In tutto questo rincorrersi di gossip su messaggi whatzup a chi interessa davvero la sorte di Roma?

Mi sta venendo in mente che forse ai romani che amano la propria città non resta altro che stipulare una polizza a beneficio di Roma in questo doloroso calvario. Un gesto d’amore per la propria città, consapevoli che il modo in cui è ammnistrata sta mettendo a rischio la vivibilità soprattutto dei più deboli. Se dovessimo morire di crepacuore almeno qualcosa tornerà nelle vuote casse comunali.

LA CRISI DEGLI APPALTI PUBBLICI DOPO IL NUOVO CODICE

I dati pubblicati dall’Autorità Nazionale Anticorruzione sulla mercato degli appalti nel periodo maggio-agosto 2016 sono estremamente allarmanti. Nell’aprile 2016 è stato approvato il nuovo Codice dei contratti con il decreto legislativo n. 50 che ha atteso diversi mesi prima di essere attuato dalle linee guida della stessa autorità guidata da Raffaele Cantone.

La scarsa chiarezza del testo del codice, denunciata Consiglio di Stato nel suo parere al decreto, e l’assenza delle disposizioni di attuazione hanno determinato lo stallo di un mercato nel quale, occorre ricordarlo, se ci sono amministrazioni che spendono per erogare servizi, ci sono anche imprese che lavorano per pagare stipendi.

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DALLA CONSULTA VERSO LA DITTATURA DEL PENSIERO UNICO

“Verso la dittatura del pensiero unico”: questa la prima reazione che mi ha suscitato la lettura della notizia sulla decisione della Corte Costituzionale in merito alla legittimità della legge elettorale.

Il destino del governo degli italiani è stato affidato a 13 signori attempati che non hanno mai vissuto sulla propria pelle una sfida elettorale e che con atteggiamento tipico di don Abbondio hanno operato un minimo ritocco su una legge che, per le sue scelte di fondo, mostrava le medesime illegittimità del Porcellum.

La possibilità che cento deputati siano scelti dalle segreterie di partito resta scolpita nella riforma sulla quale la Consulta ha avuto timore di intervenire, limitandosi a garantire un principio di sorteggio per coloro che saranno eletti su più collegi e che quindi non potranno scegliere quale favorire tra i candidati giunti secondi nella lista di appartenenza.

Poca roba se si considera che il premio di maggioranza, che tanti dubbi e perplessità aveva suscitato, rimane intatto garantendo ad una lista  di governare l’intera nazione senza essere maggioranza nel paese.

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TRA CONVENTION ED ASSEMBLEE DOVE VANNO I CATTOLICI

Coloro che hanno seguito il mio impegno politico sanno che, dopo il sostegno elettorale agli amici candidati del Popolo della Famiglia alle amministrative 2016, ho deciso di interrompere quell’esperienza perché non ne condivido il metodo. Nelle scorse settimane molti amici mi hanno onorato di contattarmi per coinvolgermi in iniziative e valutare di riprendere un attivismo che metta al centro la dottrina sociale cattolica.

Le elezioni non sono alle porte e quindi non è necessario accelerare i tempi per maturare decisioni o scelte di un aspirante che – in assenza delle necessarie condizioni – non ha avuto l’ordine del dottore di fare politica. Molti, invece, vanno in giro con i certificati falsi.

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