CAPACI, CAPACI DI TUTTO TRANNE DI CAMBIARE.

Questa mattina avrei voluto soltanto riportare la mia memoria indietro di 25 anni quando, attraversando un tronco stradale nella Sicilia orientale , con i compagni delle scuole, arrivò via radio la notizia dell’esplosione di Capaci e della morte di Giovanni Falcone.

Neppure tornato a Roma e gustando una parmigiana di melanzane, premio per il rientro in casa da parte della mia mamma, riuscii a comprendere cosa fosse avvenuto a Capaci. L’unica cosa che mi è rimasta impressa nel cuore e nella mente sono le parole straziate dal dolore di Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani. “Sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono. Io vi perdono però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare … ma loro non cambiano“.

Neppure oggi penso di aver ben compreso quel tragico evento che, per molti, ha segnato la storia politica e giudiziaria del nostro paese. Non credo che Rosaria Schifani, distrutta nei suoi progetti più cari, avesse in mente le parole di Giovanni Falcone:  Continua a leggere

SEMPRE SUL “PRO LIFE PRIDE”

Il mio breve articolo di ieri sulla marcia per la vita ha sollevato qualche polemica su Facebook. Polemica peraltro anticipata, anche se alcuni commenti non hanno colto lo spunto di riflessione dettato dalla frequentazione da un lustro dei cattolici in politica.

Dopo il pranzo domenicale, a stomaco pieno e sorseggiando un caffé, il ragionamento sicuramente sarà più chiaro partendo da un dato di fatto. Cosa ha prodotto la marcia per la vita di positivo negli ultimi anni nel nostro paese, al di là della giusta rivendicazione del primato della vita? Nulla, a quanto pare. A differenza della marcia per l’orgoglio omosessuale (il gay pride), la sfilata colorata del mondo pro life non ha impedito le unioni civili, con l’unica resistenza della stepchild adoption (fatta entrare tuttavia dalla finestra delle corti di giustizia), né ha evitato le norme sul fine vita che legittimano le fughe in Svizzera di Cappato. Ormai riceverà una cittadinanza onoraria, oltre che una targa commemorativa nelle cliniche mortifere che alimenta. Eppure di queste cliniche ce ne sono anche nelle periferie romane, basta fare un’opera di misericordia una domenica pomeriggio in una casa di riposo per anziani.

Insomma, la presenza dei gruppi, dei singoli politici, dei movimenti alla marcia per la vita, con tanto di selfies sorridenti e foto commemorative, in questi anni ha ratificato l’irrilevanza politica della cultura d’ispirazione cattolica che pone al centro di ogni decisione la persona. Una cultura che erroneamente viene assegnata esclusivamente al mondo cattolico, ma che ha permeato l’intero novecento, sono i nostri valori costituzionali.

E’ stato sufficiente il gay pride per favorire invece una diversa cultura: quella dell’utilitarismo, dell’identità fluida, quella dello scarto? Niente affatto. La questione è molto più complessa e non può essere affrontatata, così, in un articoletto scritto di corsa sorseggiando un caffé. Di certo è che, anche senza i panni frivoli del pride, il pensiero unico contrario ai valori della tradizione culturale dei nostri padri costituenti, si è avvalso di una nuova classe dirigente che, passando anche per il management pubblico e privato, siede nei banchi del governo (penso, ai tanti Scalfarotto, Del Giudice, Madia, etc.).

I cattolici hanno bisogno di questa classe dirigente che non si costruisce in un convegno o in un ciclo di seminari, per quanto altamente qualificati. Si crea nelle istituzioni dove si prendono decisioni per la collettività. Ma, anche questa volta, a parte le velleità di alcuni, le amministrative passeranno senza alcun tentativo degno di nota.

I cattolici non possono più delegare l’impegno politico, come ai tempi della diaspora in cui un cardinale teneva le fila dei deputati per impedire norme contrarie alla dottrina sociale. Oggi l’impegno deve essere diverso e non basta, e non serve una marcia per la vita, alla quale partecipano ipocritamente piccoli leader autoreferenziali che stanno mettendo in mano il governo del paese all’incompetenza del Movimento 5 Stelle o, comunque,  finiranno per lasciarlo nelle solide grinfie delle lobbies internazionali che gestiscono il potere nei partiti tradizionali.

Spero di aver un pò chiarito l’ipocrisia e l’irrilevanza della marcia per la vita. Poi certo, ogni vita che un CAV salva è un miracolo unico. Ma non è questo il tema.

Concludo ricordando che il programma che prevedeva il corso di formazione politica durante le elezioni amministrative non si è più tenuto per i problemi di salute del sottoscritto. Me ne scuso con gli iscritti e non escludo che un paio di sessioni possano comunque tenersi nelle prossime settimane. Se ci sarà adesione, ovviamente.

MARCIA PER LA VITA. TROPPI COMPROMESSI.

Nella vita è necessario dire la verità, se possibile con carità. In questi anni ho partecipato a diverse iniziative a sostegno della vita, perché da aspirante cristiano credo che sia il bene più prezioso di cui disponiamo. Ne ho avuto la prova pochi giorni fa quando sono stato colto da un malore, poche ore dopo aver pubblicato un articolo in cui annunciavo che “ci peseranno e ci faranno a fette” per il tentativo di fare qualcosa di nuovo in politica. Poco male, i medici sono più ottimisti del malato ed eccomi qui a scrivere sul mio blog un commento un pò polemico, perché oggi  – pur aderendo all’iniziativa – non sarò alla marcia di larga parte del mondo cattolico.

Una marcia dell’ipocrisia. L’ipocrisia di chi si ritiene inclusivo ed accogliente e poi immagina che l’unico progetto a sostegno della vita sia il proprio. Inutile raccontare la diatriba tra i centri di aiuto alla vita del Movimento per la vita romano dell’on. Olimpia Tarzia (affidato alle cure, salvo errore, del marito) da quello nazionale presieduto dall’on. Gian Luigi Gigli. L’ipocrisia di chi scende in piazza con un sorriso che nasconde il dente avvelenato nei confronti di chi ha fatto scelte diverse dalle proprie. Mi riferisco agli “amici” saliti sul palco del Family Day 2017 (da Adinolfi a  Pillon, da Amato a Gandolfini) che hanno dissipato un patrimonio di partecipazione popolare realizzato soprattutto grazie al contributo dei movimenti post conciliari. Un evento senza precedenti negli ultimi dieci anni vanificato perché troppo presi a misurarsi nel proprio desiderio di leaderismo e nell’incapacità di fare un passo indietro per farne tutti uno in avanti. Il fallimento del politico è nel ritenersi indispensabile. Una marcia dell’ipocrisia in cui larga parte della Chiesa, si dimentica che la vita si tutela sì dal concepimento fino alla morte naturale, ma è proprio durante questa esistenza che si consumano i drammi della disoccupazione, della depressione, della ludopatia, del disagio giovanile, dell’assenza di politiche abitative.

Oggi sarò alle 15 alla mia marcia per la vita. Quella silenziosa. Quella che che sto coltivando insieme a pochi amici che davvero credono ad un cristianesimo a servizio del mondo, senza sbandierare i propri valori non negoziabili come se fossero l’unica verità assoluta, facendone una guerra di religione.

Quest’anno Papa Bergoglio ha fatto giungere in anticipo il messaggio di sostegno all’iniziativa, in passato poco sponsorizzata dalle gerarchie ecclesiastiche. Questo Papa “comunista” non piace tanto al popolo della vita. E sì perché il mondo cattolico è ancora diviso in difensori dell’etica antropologica, da un lato,  e della giustizia sociale, dall’altro. Altro che compromesso …

Chiudendo il suo bel volumetto “fallimentare” (si fa per dire) sulla riscossa del Popolo Argentino nel bicentenario in giustizia e solidarietà (Noi come cittadini, noi come popolo), l’allora Cardinale Bergoglio ricordava che

“Governare è un’arte …. che si può imparare. E’ anche una scienza … che si può studiare. E’ un lavoro … che esige dedizione, sforzo e tenacia. Ma è anzitutto un mistero … che non sempre può essere spiegato con la razionalità logica. Il governo centrato sul servizio è la risposta all’incertezza di un paese danneggiato dai privilegi, da coloro che usano il potere a proprio profitto, da quelli che chiedono sacrifici incalcolabili mentre sfuggono alle responsabilità sociali e accumulano e riciclano le ricchezze prodotte dallo sforzo di tutti. Il governo autentico, e la fonte della sua autorità, è un’esperienza fortemente esistenziale. Ogni governante, per essere un vero dirigente, deve essere innanzitutto un testimone. Parliamo dell’esemplarità della vita personale e della testimonianza della coerenza di vita. E’ la rappresentatività, l’attitudine a sapere progressivamente interpretare il popolo, semplicemente, la capacità di assumere la sfida di rappresentarlo, di esprimerne le attese, le sofferenze, la vitalità, l’identità”.

Dedico queste parole ai manifestanti di oggi, ai tanti volontari che credono fortemente nel loro servizio per il prossimo e che, con passione e dedizione, dedicano la vita per la vita. Ai loro governanti va invece il monito di Papa Francesco.

ANCHE OGGI. COSE DA PAZZI.

Credo che la giornata di oggi (ops, ieri) rimarrà per molti anni scolpita nella mia mente e nel mio cuore. D’altronde, mentre entravo in quell’ufficio per me anonimo  in Via Buonarroti n. 51, dopo aver annunciato l’iniziativa che vedete sopra a tutti i miei contatti whatzapp, mi è tornata in mente una scena vissuta il 14 novembre 2015. In quel preciso istante in cui ho ricordato lo sguardo e le parole di Giovanna che sussurrava “Che peccato!” ho capito che è tempo di chiedere perdono ad molte persone. L’umiltà è una qualità imprescindibile in politica, insegnava Don Sturzo ai popolari degli anni ’40. Io non sono affatto umile per indole, gli amici quelli veri sanno che sono anche un pò iroso, ma fortunatamente – senza alcuno sforzo di ipocrisia – sono riuscito a dire ciò che penso col cuore. Nel 2015 ho fatto l’errore di pensare di essere indispensabile e così ho rovinato tutto. Forse oggi Roma non sarebbe in mano ad una banda di incapaci, che non hanno neppure il coraggio delle loro azioni od omissioni (non occorre fare i nomi, li avete scritti nella deliberazione sulla commissione d’inchiesta per l’affrancazione). Oggi, mentre concludevo il mio intervento credo che qualcuno abbia percepito che l’emozione mi stava prendendo. E penso che anche qualcuono si sia emozionato, sebbene si mostri indifferente e scettico per tenere tutti noi coi piedi ben saldi a terra.

[Immagini di repertorio 😀 ]

L’errore principale che ho fatto nel 2015 è stato aver perso il contatto con la realtà. E’ l’errore che oggi hanno fatto alcuni amici. E se sono stato perdonato io, potranno essere perdonati anche loro. Abbiamo davvero poco tempo, meno di due settimane per costruire una storia insieme. Oggi, al secondo incontro della giornata, in Piazza Capranica, ho provato ad esprimere questo concetto: la sovranità è principio cardine ed appartiene al popolo. Ma se da principio di democrazia diventa elemento antropologico, ognuno di noi si fa sovrano delle sue idee, delle persone che lo circondano e delle azioni che sta svolgendo, pronto ad attaccare chiunque oltrepassi i confini della sua sovranità. Occorre rinunciare alla sovranità antropologica; il mio nuovo amico, Peter Capra, che condurrà con me parte del viaggio nel corso di formazione che partirà lunedì mi aiuti a capire se è nuovo conio oppure mi sto appropriando di un termine altrui.  O siamo tutti sovrani o saremo tutti servi di un unico padrone.

Ai nuovi amici che oggi mi hanno sentito parlare, il mio ringraziamento perché so che è da maleducati andarsene. Prometto di non farlo più se e quando ci incontreremo tutti insieme, Domenico con Marco, Simone e Gigi, Cesare e Gustavo, Eligio e Gian Luca, Maristella e Giovanna, Graziella e Mariano, Jessica e Rachele, Ivo e Gianni, etc. Dobbiamo farlo presto. Oggi mi sono permesso di pensare al catering. E’ disponibile per il 27 maggio, spero che le vostre fitte agende, come ormai la mia, siano libere per quel giorno.

Grazie a tutti coloro che oggi hanno mostrato con me una pazienza fuori dal comune!

Per gli amici cattolici, o aspiranti tali ma anche per qualche non credente dubbioso sull’esistenza di Dio, chiedo preghiere per la mia famiglia. Ne abbiamo davvero bisogno perché questo è il terzo tzunami in 5 anni. Abbiamo bisogno della protezione civile e celeste.

STIAMO PER SBARCARE. IO CREDO.

Ora ci stanno pesando. Poi ci vorranno tagliare a fette“. Come dare torto all’amico che mi ha detto sottovoce queste parole.

Mi piacerebbe condividere con voi queste giornate così intense. Tra centinaia di messaggi e telefonate e decine di incontri. Mi piacerebbe condividere il dolore delle famiglie vittime dell’affrancazione, per le quali ho urlato la loro rabbia. Quando il dolore si condivide, il cuore è più leggero. Mi piacerebbe condividere l’amore delle persone che ci stanno sostenendo con il pensiero, le parole e le opere. Incontri in cui non chiediamo nulla. Oggi mi sono sentito ringraziare per l’opportunità di far parte di questo percorso da scrivere assieme. Ma grazie per cosa? Io non sono un politico. L’ultima volta che mi sono candidato era in un comitato di quartiere dove mi hanno votato poche decine di persone. Se avessi aderito al M5s oggi sarei parlamentare! Ma fortunatamente sono rimasto libero e forte.

In questi anni sono stato preso in giro, mi sono fatto prendere in giro. Oggi sono un matto che racconta a tutti una storiella.

Un giorno sbarcarono dodici persone in una terra devastata, depredata da piccoli sovrani e da poteri occulti. Una terra dove era diventato difficile vivere, perché si viveva alla giornata e la giornata era diventata sempre più corta. Il buio avvolgeva tutto e tutti, la diffidenza era la regola di ogni rapporto, anche in famiglia. Erano gli uni contro gli altri. In quella stessa terra, secoli prima, altri erano sbarcati. Anche loro animati dalla stessa speranza. Erano molti di più ma furono uccisi, inconsapevoli vittime di una strumentalizzazione politica. Eppure questi dodici sbarcarono per cambiare le cose e poiché erano artefici del proprio destino, aiutati dal buon Dio e dalla fortuna, assieme ad altri amici sparsi un pò ovunque, fecero un’impresa mai vista prima. Che raccontarono ai propri nipoti. Fine della storia.

Un’impresa mai vista non la fai da solo. La si fa insieme. Ci peseranno e ci vorranno fare a fette. Sarà bello, purché sarà insieme. Anche essere fatti a fettine. Cosa abbiamo da perdere, se ci hanno tolto già tutto?

Avviso ai naviganti, ognuno prenda un remo e con forza e determinazione inizi a remare. Stiamo per sbarcare, amici. A proposito diventiamo amici sui social, se ancora non lo siamo. Facebook e Twitter.

Da lunedì iniziamo a fare sul serio: iscriviti al CORSO DI FORMAZIONE 

UN “ILLUSO” ALLE PRIMARIE DEL PD

Anche io ho votato alle primarie del PD. L’ho fatto nella rossa Romagna in una sezione dove mi è stata consegnata una scheda non vidimata dal seggio elettorale. Perché così doveva essere, a dire di Presidente e Scrutatori. Chissà se figurerà tra le schede nulle di queste finte primarie che hanno proclamato un uomo che rimarrà nella storia. Matteo Renzi da Rignano, classe ’75, l’unico che è stato in grado, provenendo dai boy scout, di introdurre quelle norme relativiste (famiglia omosessuale, pseudo-eutanasia, etc.) che neppure negli anni della diaspora cattolica,  quando il Vaticano serrava i ranghi dei parlamentari di ispirazione cristiana, avevano fatto breccia nella legislazione italiana. Matteo Renzi da Rignano, l’unico che ha distrutto la cultura e la tradizione della sinistra italiana, trasformando il partito che per antonomasia mette “Avanti popolo!” nel protettorato delle banche e delle lobbies finanziarie.

Queste primarie rimarranno nella storia ed io custodirò con cura il tagliando del pagamento di due euro (“quanto ci lascia?”, mi ha domandato la scrutatrice impertinente vedendo la banconota da venti euro) perché segnano il passaggio dalla cd. seconda repubblica alla terza repubblica.  Lasciamo comunque agli amici giornalisti del Corriere.it la fake news del “ritorno”, come a dire che c’è stato una interruzione politica che lo dovrebbe riabilitare dopo la batosta del 4 dicembre al referendum (basta guardare la preoccupazione sui volti di Guerini e Richetti per capire che c’è un pò di imbarazzo).

La terza repubblica. Il plebiscito del Segretario del PD, riconfermato nel suo incarico segna due populismi a confronto. Da un lato, quello di Beppe Grillo garante come poteva essere garante Benito Mussolini della marcia su Roma. L’olio di ricino oggi scorre sulla rete, parte dal blog e si diffonde sui social network epurando tutti coloro che non la pensano come il buon Beppe che pur di fare l’uomo solo al comando sta distruggendo la Capitale d’italia. Da quando un avvocato di Genova è sceso a Roma per la trattativa sullo stadio della Roma, la povera Virginia Raggi non può più fare neppure la velina. Dall’altro lato, per la gioia di Pierferdinando Casini, si profila il partito della nazione con il leader che risponde al nome segnato sulla mia scheda delle primarie: Renzusconi. Troppi sono i segnali, che giungono in particolare dalla Sicilia, che dimostrano che il patto del Nazzareno non solo non è mai saltato (altrimenti il M5S non avrebbe in mano Roma) ma che si trasformerà in una fusione tra il 70% di Renzi e Mediaset. Negli ultimi anni di conflitto d’interesse se ne parla solo nei corsi di anticorruzione, o sbaglio?

Le elezioni politiche 2018 segnano quindi l’inizio della terza Repubblica. Qualche giorno fa ad alcuni stimati amici della tradizione democratico cristiana mi sono permesso di ricordare che la storia non si ripete. La storia è maestra di vita. Questa terza repubblica non potrà quindi mai essere identica all’esperienza della Germania tra il 1933 ed il 1945, ma tuttavia ha degli elementi in comune che non possono essere sottovalutati. Nel 1928 arrivò, con la crisi economica e finanziaria mondiale, il colpo quasi mortale all’economia tedesca che preparò il campo per la presa di potere di Hitler nel 1933. Sbaglio o siamo dal 2009 in una crisi economica mondiale?

Le elezioni politiche 2018 possono però segnare l’inizio del vero risorgimento (anche quello delle camicie rosse garibaldine ormai pare a molti una fake news) e per questa ragione, questa sera alle ore 21 mi collegherò sul sito di un artista che una volta disse di avere la “sindrome di Peter Pan” nei miei riguardi. Mi gusterò il video del brano “Illuso” nella convinzione che occorre imbracciare le armi della cultura politica per avviare un percorso nuovo che consenta ad un manipolo di parlamentari di sbarcare in Piazza Montecitorio e liberare davvero il popolo dall’oppressione. Solo dopo aver fatto tutto il possibile per cambiare le cose, si può dire tanto non cambia nulla. Io credo.

25 APRILE. INIZIAMO LA LIBERAZIONE?

Nessuno mi ha mai spiegato il significato della festa della liberazione. Nella mia famiglia di origine contadina in Terra di Lavoro, nessuno ha sacrificato la propria vita, che io sappia, per essere libero. Libero da cosa?

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate; parallelamente il CLNAI emanò in prima persona dei decreti legislativi, assumendo il potere «in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano», stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti, incluso Benito Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo.

Insomma, la festa della liberazione si pone in contrasto con il “regime” fascista, ma anche qui le mie tradizioni familiari sono abbastanza indifferenti. Ricordo mia nonna che da bambino mi cantava le canzoni che le insegnavano da piccola e spesso univa le strofe di “faccetta nera” e “bella ciao”. Quante risate fatte con quella mia cara nonna che amava portarmi in chiesa, nella piccola frazione di Caserta in cui sono nati i miei genitori, per farmi leggere le letture dall’altare. Per questo la tradizione cristiana è quella che più mi ha formato in tenera età, diversamente da quella comunista o fascista.

Dopo  oltre 70 anni la festa della liberazione ha perso la sua rilevanza. Coloro che hanno combattuto e sono stati combattuti sono quasi tutti morti e mi sembra strano che il liberismo imperante non l’abbia ancora eliminata dal calendario per lasciare un altro giorno ai lavoratori del post-capitalismo.

La liberazione era contro un regime, quello fascista, ed è stata realizzata da molti che credevano in un altro regime, quello comunista, entrambi esperienze ormai esaurite.

Da cosa occorre liberarsi oggi? Ha senso partire da questa festa per organizzare una nuova liberazione?

Io credo che occorra liberarsi da una classe dirigente che negli ultimi 25 anni ha consentito, attraverso la globalizzazione finanziaria, di distruggere un paese che era potenza mondiale ed ora è solo oggetto di appetiti economici di multinazionali.

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La Pasqua è vicina. Teniamo duro, coraggio!

Approfitto della vigilia di Pasqua per queste brevi considerazioni da aspirante cristiano che non perde occasione di coltivare il dubbio per rafforzare la propria fede. Vana è la nostra fede se Cristo non è risuscitato, dice San Paolo. E così vana è la speranza in un futuro migliore per i nostri figli, se la politica non risuscita dal degrado in cui si trova.

Qualche giorno fa ho fatto un’amara scoperta. Intento a studiare il sistema di finanziamento comunitario mi sono imbattuto nell’elenco dei programmi oggetto dell’accordo del 2014 tra il Governo e la Commissione Europea. Oltre 32 miliardi di euro da spendere tra il 2014 ed il 2020 per numerosi obiettivi tematici, tra i quali l’occupazione giovanile. Per i nostri ragazzi erano previsti fondi soltanto per le annualità fino al 2016, poi un vuoto riempiva la tabella, che presentava importi per tutti gli altri obiettivi. Tranne per l’occupazione giovanile.

L’alternativa che mi si è posta davanti è stata: far studiare al più presto più lingue straniere ai miei figli (in particolare il cinese e l’arabo) oppure, coltivando quella speranza che non mi fa dubitare che “tutto concorre al bene” (ancora una volta cito San Paolo, il quale lo diceva ai romani, cioè proprio a noi), pensare che si possa formare una classe politica con il pensiero rivolto ai padri costituenti e lo sguardo proteso alle future generazioni.

Molte sollecitazioni in queste ultime settimane sono arrivate per mettermi nuovamente in gioco, come avvenuto nel 2015 per la città Roma. Per giocare occorre essere squadra, una comunità di persone con forte senso di appartenenza e comunione di intenti. Nelle prossime settimane deciderò, assieme ad altri illusi, se è tempo per noi. Nel frattempo attendo di capire se questi illusi sono pochi o molti e, sopratutto, se vogliono condividere, con fiducia, un percorso di partecipazione politica. Chissà, magari partendo dalle prossime elezioni amministrative, dove in ogni caso metterò a servizio di aspiranti amministratori locali le mie competenze in materia di pubblica amministrazione. Per coloro che me lo chiederanno.

La Pasqua è vicina. Teniamo duro, coraggio!

 

IL DECRETO CORRETTIVO DEGLI APPALTI: LE PERPLESSITA’ DEL CONSIGLIO DI STATO

Non occorre aggiungere parole alle amare considerazioni del Consiglio di Stato che, in data 30 marzo, ha emanato il previsto parere sullo schema di decreto correttivo al Codice degli appalti e delle concessioni che modifica 119 dei 220 articoli del Decreto Legislativo 18 aprile 2016, n. 50. Mentre il codice non è stato ancora completato con tutti gli atti attuativi previsti, pari a 53 (ad oggi, ne sono stati varati 11 espressamente previsti dal codice, e 4 non espressamente previsti, e sono in corso di adozione altri 9 atti attuativi), si intende approvare una correzione senza aver dati sull’applicazione pratica della normativa che smuove oltre 100 miliardi di euro l’anno in affidamenti pubblici.

Si legge nel comunicato che accompagna il parere di limiti formali e sostanziali del potere correttivo:

a) il mancato recepimento di una parte della delega entro il termine di scadenza consuma definitivamente il relativo potere, e tale mancato esercizio non può essere recuperato in sede di adozione di decreti correttivi;

b) con il correttivo sono consentite “integrazioni e correzioni” (anche rilevanti), a seguito di un periodo di “sperimentazione applicativa”;

c) lo strumento del correttivo non può costituire una sorta di ‘nuova riforma’, pur rispettosa della delega originaria, che modifichi le scelte di fondo operate in sede di primo esercizio della delega, attuando un’opzione di intervento radicalmente diversa da quella del decreto legislativo oggetto di correzione. Continua a leggere

“UBER ALLES”: IO STO CON I TASSISTI

Sarà che la cooperativa Samarcanda è fatta di persone oneste e corrette, ma da quando viaggio con loro per i trasferimenti verso gli aeroporti romani non ho alcun dubbio sulla tariffa applicata.

Con le solite tifoserie da stadio si svolge in questi giorni la lotta dei “tassinari” contro Uber. Lo scontro, divenuto rovente nella giornata di oggi con l’esplosione di bombe carta nel centro di Roma, è l’emblema degli effetti distorti della globalizzazione.

Il meccanismo che ha favorito lo sviluppo di Uber è assai semplice: si realizza una applicazione web utile nella share economy per favorire il trasporto sociale. Arriva il colosso che l’acquista (Uber Technologies Inc. ha ricevuto 258 milioni di dollari da Google nel 2013: fonte Wikipedia) e così la multinazionale sbarca nei diversi paesi, sottraendo il mercato alle piccole e medie imprese locale. Evviva la globalizzazione che cancella l’economia nazionale in favore di un mercato comune in cui non c’è più realmente spazio per la concorrenza.

Oggi l’economia globale è gestita da poche multinazionali e la lotta di classe alla quale si assiste in questi giorni richiama alla memoria gli scontri operai. I nuovi operai sono le partite iva ed il padrone è la potente lobby che riesce ad infilare nelle leggi emendamenti utili per portar via il lavoro ai cittadini che pensavano di aver eletto i parlamentari per tutelare i propri interessi.

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